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S. Giovanni della Croce

Categoria: Santi
Pubblicato: Lunedì, 08 Dicembre 2014
Scritto da Super User

Collaboratore di S. Teresa d'Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa , universalmente riconosciuto come mistico per eccellenza, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.San Giovanni della Croce
Nasce a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan viene subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si dà da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sente portato.
Emerge ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decide di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arriva al Sacerdozio a 24 anni, ma si scopre dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riescono a sopire.
Ci pensa Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano.Maestro dei novizi, attira tanti giovani che desiderano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.
La sua perfezione ascetica, la sua vita d'orazione, la sua elevatezza. di spirito e d'ingegno, l'esperienza mistica personale e la conoscenza dell'ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d'amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro. 

Scrive poemi e trattati che sprigionano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si "sa per amore". Muore a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: "Rompi la tela ormai al dolce incontro!". 
Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua
Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein ..., e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.
Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del "Monte", dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio. 
La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce procamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.
Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l'imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.

S. Teresa di Lisieux

Categoria: Santi
Pubblicato: Lunedì, 08 Dicembre 2014
Scritto da Super User

È patrona dei missionari dal 1927 e, dal 1944, assieme a Giovanna d'Arco, anche patrona di Francia. Il 19 ottobre 1997 fu dichiarata dottore della Chiesa, la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e appunto Teresa d'Ávila. L'impatto delle sue pubblicazioni postume, tra cui Storia di un'anima pubblicata poco tempo dopo la sua morte, è stato notevole.Teresa di Gesù Bambino Lisieux

La devozione a santa Teresa di Lisieux si è sviluppata dappertutto nel mondo. Considerata da Pio XI come la "stella del suo pontificato", è stata beatificata poi canonizzata nel 1925. Monaca di clausura, paradossalmente è stata dichiarata patrona delle missioni e, con Giovanna D'Arco (canonizzata già nel 1920), proclamata "Patrona secondaria di Francia". Infine è stata anche proclamata 33° dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II nel 1997 per il centenario della sua morte. Figlia di una coppia che commerciava in oreficeria, orologeria e nel "punto d'Alencon", Louis Martin e Zélie Guérin, Thérèse perde sua madre all'età di quattro anni e mezzo.

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Beata Giuseppina di Gesù Crocifisso

Categoria: Santi
Pubblicato: Martedì, 02 Dicembre 2014
Scritto da Super User

La santità di Dio ha visitato la nostra Provincia attraverso la vita bella del Vangelo della Beata Sr. M. Giuseppina di Gesù Crocifisso (­­+14 marzo 1948). Come non ricordare i racconti di tanti nostri Padri che l’hanno conosciuta e che sempre hanno serbato un ricordo vivo e grato della Sua amabilità e della testimonianza coraggiosa della sequela di Gesù? Come non fare memoria delle tante visite fatte da tanti di noi, ancora giovani frati, al monastero dei Ponti Rossi per parlare con la Madre Giuseppina o, semplicemente, per sentire la sua presenza e la bellezza della vita passata, quasi come un testimone, nella vita bella di tante sorelle? L’intreccio di questi ricordi e di quello che Ponti Rossi significa per tutti noi, fa la storia di una relazione che mi auguro possa sempre più tramutarsi in dono meraviglioso e speranza viva per la Provincia.bsg

Il ricordo, però, rappresenta per noi come un memoriale, riveste una portata che non è solo pensiero rivolto all’indietro, ma impegno di conformazione e di trasformazione della propria vita nel presente. Il memoriale, infatti, non ha solo forza attrattiva, ma coinvolge, ti rende compresente all’evento, crea come una forma di partecipazione profonda tra la tua vita e quello che il memoriale rappresenta. In questo senso possiamo realisticamente credere che la testimonianza della Beata Sr. M. Giuseppina è impegno di santità, di vita buona del Vangelo soprattutto per noi frati, monache e laici dell’OCDS della Provincia di Napoli. Questa singolarità non rappresenta un privilegio, ma deriva proprio dalla comune e condivisa partecipazione al carisma Carmelitano teresiano in questa Circoscrizione dell’Ordine e in questa parte di Chiesa. Anzi, è proprio questo nostro ricordo vivo che portiamo di Lei -come Carmelitani Scalzi- che produce come una espansione ecclesiale della sua stessa vita e della sua testimonianza, fino a rendere quel ricordo vitale un dono che non ci appartiene, perché dono per la Chiesa, per l’umanità.

La Beata Sr. M. Giuseppina è stata una donna che ha prestato attenzione alla gente, che sentiva come parte di se stessa, della sua vocazione e missione. La vita buona del Vangelo l’aveva portata a capire che Dio non può essere felice mentre il mondo langue: “La mia felicità è far contenti gli altri, sollevarli, aiutarli”. Aveva capito che il cuore stesso del cristianesimo è la carità e che pertanto, come ricorda il S. Padre Benedetto XVI nel Messaggio per la Quaresima 2012, la vita cristiana esige: “l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale”.

Mi sembra che queste tre coordinate racchiudono qualcosa di quello che la Beata M. Giuseppina è stata per la sua città, la nostra Provincia religiosa e per la stessa Chiesa.

Lei ha vissuto la responsabilità verso i fratelli prendendosi cura di ogni persona che bussava alla porta del monastero, si è sentita custode dei suoi fratelli (Gen. 4,9). “Anche oggi Dio ci chiede di essere <custodi> dei nostri fratelli, di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene… Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2012).

Lei ha vissuto il dono della reciprocità in mezzo ad un mondo lacerato dalla guerra e dalla povertà, mentre la società del suo tempo, come la nostra, sembrava sorda non solo alle sofferenze fisiche, ma anche a quelle spirituali e morali della vita. La <custodia> della memoria che la Beata Sr. M. Giuseppina ha avuto verso gli altri ci deve portare a vivere in comunione, legati gli uni agli altri come membra di un solo corpo. “Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2012).

Lei ha vissuto la santità come un camminare davanti a noi. “L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, <come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio> (Pr. 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto di Dio” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2012). Il suo camminare dinanzi è stato come un mostrarci la via. La Beata  M. Giuseppina non si è mai risparmiata, non ha conosciuto la scienza del calcolo: “Il mio riposo consiste nel servire, aiutare, sopportare”.

Solo chi decide di vivere il quotidiano in questo modo, da battistrada, può capire che la carità è il ministero dell’inquietudine e della felicità che si fa attenzione all’altro, del volto bagnato dalle lacrime della gioia e della sofferenza condivisa, il ministero della passione per il Regno che spinge la vita a tendere alla “misura alta” (Giovanni Paolo II, Lett. Ap., Novo millennio ineunte, 31).

S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Categoria: Santi
Pubblicato: Lunedì, 08 Dicembre 2014
Scritto da Super User

Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, "fino a quando finalmente trovò pace in Dio"", queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.s Teresa Benedetta della CroceChi fu questa donna?
Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un'ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo
colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione?
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 19331a notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua
religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea". (Da Vatican.vat)

Serva di Dio Teresa di Gesù Gimma

Categoria: Santi
Pubblicato: Martedì, 02 Dicembre 2014
Scritto da Super User

La Serva di Dio Sr. Teresa di Gesù (al secolo Gimma), del monastero S. Teresa, delle Carmelitane Scalze di Bari, visse l’esperienza della resistenza, fino al 12 luglio 1920 (il 13 luglio dovette lasciare il monastero di S. Giuseppe in Bari), e della resa, dal 13 luglio 1920 al 30 novembre 1948, facendo di questo percorso umano, ancora così  poco scandagliato e spesso addomesticato, il suo vero e profondo itinerario verso l’obbedienza ecclesiale e l’intima unione con Dio.Santa Teresa di Gesù

1. Cari fratelli e sorelle, vorrei proprio iniziare da una verità della nostra fede, che proclamiamo nel Simbolo apostolico, quando diciamo: «Credo … la comunione dei santi».

Il Concilio Vaticano II ci dona un insegnamento profondo al riguardo: «non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo di esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito Santo sia consolidata dall’esercizio della carità fraterna. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio» [Lumen gentium 80].

Esiste, dunque, una reale vita in comune che noi condividiamo con tutti coloro che ci hanno preceduto nel cammino della fede: la vita di Cristo in noi, per la grazia battesimale, è la stessa vita che è in loro. Questa grazia di inabitazione e diconfigurazione cristica è dono di Dio  Padre, ma è impastata, in tutti i credenti, dallo Spirito Santo che la rende grazia unitiva, facendo una sola vita di tutti, saldando le esistenze credenti.

Il rapporto fra ciascuno di noi e coloro che sono in Dio è quindi molto più profondo del rapporto che condividiamo con gli uomini e donne con cui conviviamo nella stessa città o nella stessa famiglia. La Chiesa ama celebrare questa comunione e partecipazione dei suoi figli e con i suoi figli, perché l’unione viva con loro è la sua stessa vita, sono parte di se stessa.

L’incontro con gli scritti spirituali di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) sono una opportunità per abitare più profondamente la traccia interiore di questa carmelitana scalza, rappresentano un valido strumento per illuminare la storia di questa donna, servono a maturare un senso più perspicace del mistero della Chiesa.

2. Suor Teresa di Gesù (Gimma), appartiene a quella compagine di testimoni della fede che la teologia cattolica contemporanea indica col nome di martiri bianchi.

Non stupisca questa affermazione applicata alla vita di Sr. Teresa in quanto, a mio modo di vedere, occorrerebbe rivisitare, proprio a partire da questa categoria, quello che accadde nel “secondo tempo” dell’ esistenza terrena di questa nostra sorella, più precisamente quello che va dal 13 luglio 1920 al 30 novembre 1948, tentando di venir fuori dalle letture storico-interpretative date fino a questo momento.

Chi sono i martiri bianchi? Che cosa significa esserlo? Perché alcuni testimoni della fede sono chiamati in questo modo?

Sicuramente abbiamo un’idea abbastanza chiara su chi sono i martiri rossi; le cronache riferiscono oramai quotidianamente sulle morti di quanti periscono nella loro qualità di testimoni di Cristo, di quanti, in tutto il mondo, vengono barbaramente uccisi perché cristiani. Questa schiera di testimoni li definiamo martiri rossi.

Ora, la prima cosa da non fare, volendo definire il martirio bianco, è quella di legarlo a fatti ed esperienze fuori dell’ordinario, ad esperienze di violenze fisiche e a persecuzioni violente.

Una "morte" lenta ed anonima attende i martiri bianchi, una "morte" che non lascia neanche l'aura della gloria ma l'ombra del sospetto, della calunnia. Non c'è onore nel martirio bianco, c'è solo coerenza e fede nel Nazareno. La vita del martire bianco non scuote le coscienze perché viene nascosta ed infangata, tuttavia è un percorso meritorio agli occhi di Dio perché ricorda il silente lavoro dell'operaio nella vigna del Signore. Ma quanta fatica! E' un quotidiano stillicidio, una tortura giornaliera, una vessazione continua.

La vicenda di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) mi induce a pensare che la sua esistenza è stata come un “martirio bianco" perché non con il sangue, ma portando il peso di scelte altrui, accolte con fede, obbedienza ecclesiale e senso filiale, ha pagato il prezzo, tra resistenza e resa, di testimoniare Cristo crocifisso.

Il martire bianco è colui che porta ad una perfezione tale quella stessa fede che è in ognuno di noi, che per lui il mondo diviene la realtà in cui vive abitualmente nell’intima comunione con la SS.ma Trinità (confessio Trinitatis).

Da questo promana una conseguenza assai importante. Il martire bianco, cioè colui che ha avuto il dono di un’esperienza di fede particolare, diventa guida di tutti i suoi fratelli e sorelle: con la sua stessa presenza e, non raramente, come nel caso di Sr. Teresa di Gesù (Gimma), anche con i suoi scritti.

È guida perché testimonia che nella vita non siamo solo noi a decidere, ma ci sono situazioni, umanamente incomprensibili, in cui altri decidono per noi perché esercitano un potere istituzionale o affettivo, psicologico o di contraccambio. Questa esperienza, che ho definito di “resa”, nel caso di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) non si configura come una forma di vita passiva, né come debolezza, ma assume i caratteri della “consegna”, dell’auto-consegna.

Sr. Teresa (Gimma), da questo punto di vista, è coscienza critica della nostra città attraversata, all’indomani della prima grande guerra mondiale, da problemi sociali, economici ed umani, dalla forte ondata massonica ed anticlericale, dalla volontà della Chiesa cattolica di affermare la verità e la sua rilevanza storica e, nel nostro caso specifico, dalla determinazione, da parte della famiglia Gimma, che gestiva un ingente patrimonio ed annoverava nel suo albero genealogico uomini di cultura e di fede, personalità di prestigio e di rilevanza pubblica, di non lasciare scomparire il prestigio del proprio casato.

3. Sr. Teresa (Gimma),  infine, è una donna: appartiene a quella straordinaria schiera di donne che hanno segnato la storia della Chiesa e della città di Bari nel secolo ventesimo, come Elia di S. Clemente e Bina Morfini, per limitarmi a qualche nome. Esiste qualcosa che le accomuna, oltre alla loro appartenenza spirituale al Carmelo, così che si possa parlare di una presenza propriamente al “femminile” nella vita della Chiesa particolare da parte di queste donne?

Ai piedi della Croce, sulla quale il corpo fisico di Gesù era devastato dalla sofferenza, c’erano Maria ed alcune donne (Gv 19,25). Furono loro a prendersene cura dopo che fu staccato dal legno.

Prendersi cura” del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa, forse è questo il grande carisma di ogni donna cristiana ed il proprium al femminile nella vita della Chiesa che ricercavamo: pensiamo a Teresa di Gesù nella situazione della Chiesa e della Spagna pre-tridentina, a Teresa di Gesù Bambino nella Francia della post-rivoluzione, a Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) nella Germania nazista, alla Serva di Dio Sr. Teresa Gimma nell’Italia massonica ed anticlericale del XIX e XX secolo.

Il “prendersi cura” si è configurato, inoltre, come unione mistica di queste donne con Cristo, una unione trasformante, loro in Lui e con Lui, che le ha rese capaci di assumere su di loro tutto il mondo, tutto il peccato e le divisioni del mondo. La donna-mistica che vive questa cittadinanza, la vive prendendosi cura di ogni miseria, in Cristo, restando “davanti a Dio per tutti” (Edith Stein).

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo e lodiamo il Signore per aver dato Sr. Teresa Gimma alla nostra Chiesa di Bari-Bitonto. La sua intercessione ci ottenga di varcare veramente, “la porta della fede” (At. 14,27), intraprendendo il cammino “verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” (Benedetto XVI, Porta fidei, n.2).